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Crisi Italia? Nessun dramma, solo una fisiologica transizione

Venerdì 25 Febbraio 2011, 16:45 in Calcio Estero, Campagne, Champions League, Serie A di

ranking uefa.jpgLa transizione. Quella che Carletto Ancelotti definisce la nuova vecchia arma calcistica del contropiede, in realtà, è anche un po' il fenomeno che contrassegna l'attuale periodo storico dell'italico pallone. Sistema calcio che, dopo aver subìto, ha lungamente dominato e che, però, ora registra un altro momento di stanca. Un periodo sfortunato, dominato da sconfitte e insuccessi. E' la storia, il cambiamento, è solo il naturale ordine delle cose. Abituati come siamo a guardare tutti dall'alto al basso, questa novità ci risulta di difficile assimilazione. Al vertice del coefficiente Uefa per ventisei anni ininterrotti, praticamente più a lungo di chiunque altro, ci stiamo già disperando in previsione della stagione 2012/2013 quando perderemo una squadra in Champions in favore della Germania. Abbiamo vinto 12 Champions League e mandato altre 14 volte una squadra nostrana in finale, più di chiunque altro, eppure già stiamo lanciando strali verso l'evidente inconsistenza del nostro movimento. Abbiamo vinto 9 volte la Coppa Uefa e partecipato undici volte alla finale, abbiamo vinto 7 volte l'ormai scomparsa Coppa delle Coppe e complessivamente preso parte a undici finali, ma ora assistiamo, oscenamente inorriditi e tormentati, preoccupati all'inconsistenza delle nostre squadre nelle campagne d'Europa.

Per fortuna non siamo in guerra. Non ancora almeno. Altrimenti avremmo perso. E, invece, per ora, abbiamo esclusivamente smarrito le quattro squadre impegnate in Europa League, oltre che sprecato le gare d'andata delle tre arrivate agli ottavi di Champions League. Difficile recuperare? Sì, è vero, sarà dura, ma è altrettanto giusto guardare alla bacheca e ricordarsi che i campioni in carica sono di Milano, sponda Internazionale. Quindi, suvvia, su le maniche e giù dal piedistallo. Siamo stati i più bravi, anche solo pochi mesi addietro, ma ora tocca agli altri. Storicamente poi ci sono molte cose in cui dobbiamo migliorare, situazioni che ci vedono attardati e cui è necessario e impellente porre rimedio. C'è un marketing da sviluppare, il commerciale da ampliare e, soprattutto, ci sono stadi da rifare o da costruire e ancora la sicurezza da garantire. C'è la cultura del pallone da insegnare e, quindi, il rispetto, il fair play, il senso dello sport e, più in generale, quello della civiltà e dell'educazione da perseguire.

In questo mondo globale non si può certo pensare di tirare a campare con la storia o col blasone. Perché, se vogliamo dirla tutta, non è nemmeno una questione di soldi (non solo almeno), altrimenti il piccolo Shakhtar Donetsk non potrebbe vincere con la Roma e il povero Lione non riuscirebbe a imporre il pareggio al munifico Real Madrid. Come sempre sono le idee, la corsa, l'organizzazione, le motivazioni e le pressioni, a fare la differenza. In questo calcio sempre più veloce e totale, in questo mondo dove conta vincere, ma sarebbe meglio anche divertire, noi ci siamo scordati che il pallone è un gioco per ricchi che nel Belpaese non rallegra più nessuno. Nemmeno chi vince. E' una guerra allo sfottò, una corsa all'odio e alla vendetta, una rivendicazione, una battaglia allo striscione, una bomba carta, un coro sfortunato, una guerriglia urbana, una realtà disgraziata e malsana. Attenzione però, non è il caso di esagerare, ci sarà modo e tempo per rimediare.

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