Un blog nel pallone
Fab four. Le magnifiche quattro sudamericane assurte a simbolo di questo Mondiale fanno riflettere. Mai nelle migliori otto della rassegna iridata tanto calcio latino d'oltreoceano. Mai, al contempo, così poca Europa. In rigoroso ordine di eliminazione, se ne sono andate prima la Francia, poi l'Italia, e ancora l'Inghilterra e, infine, il Portogallo. Tre sole rappresentanti su otto contendenti. Per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo il calcio del Vecchio Continente è dietro al Sud America. Concreto, quindi, il rischio di perdere almeno uno dei tredici posti a disposizione per la fase finale. E con il declino, annunciato o meno, del calcio più importante, sono fuori dal Mondiale anche campioni di primissimo livello. Stelle luminose e accreditate sulle quali sponsor e tifosi avevano scommesso e che, invece, poi non sono risultate all'altezza delle aspettative.
A cominciare dal giocatore più caro del mondo: il portoghese Cristiano Ronaldo, mister 94 mln, campionissimo del Real Madrid, delusione del Sudafrica che da uno come lui si sarebbe aspettato numeri, giocate, acrobazie e gol a grappoli e che invece del centravanti di Madeira ha potuto apprezzare esclusivamente un gol fortunoso nel settebello servito dai lusitani alla Corea del Nord e poco più. Nel poco più che, in verità, sarebbe un molto meno, anche lo sputo in diretta alle telecamere di tutto il mondo. E la conseguente polemica con il c.t. Queiroz, colpevole nella sua mente, dell'eliminazione contro la Spagna. Alla faccia della fascia di capitano e del sontuoso curriculum in cui figura anche un Pallone d'oro. Questione di taglie, gli risponderà il tecnico: "Se la maglia del Portogallo è troppo stretta per qualcuno, non è necessario indossarla". Come a dire: qui non siamo a Madrid.
E sulla strada di Johannesburg, giorni prima, era caduto anche il fantasma di Wayne Rooney. L'inglese profeta in patria e in Europa, impalpabile in quest'edizione del Mondiale, ha sorpreso anche Capello. Spaesato, disorientato, senza nerbo e mai incisivo il fuoriclasse che con la maglia dello United terrorizza le difese avversarie, sfonda barricate nemmeno fosse un ariete e vede la porta anche da posizioni inimmaginabili, a queste latitudini è andato in bambola. Di lui si ricorda solo un lampo: il palo colpito contro la Slovenia, niente più. Trascinato nell'anonimato collettivo di una nazionale, alla vigilia favorita, che mai è riuscita a spiccare il volo, costretta a terra dalle zavorre di Green, Terry, Lampard e Gerrard. Oltre a Rooney ovviamente. Tanto che Capello, che sognava la finale ancor prima di iniziare, ha detto: "In Inghilterra si gioca troppo, si dovrebbe fermarsi a Natale".
Ma la lista è lunga, non finisce qui. Basti pensare che sui grattacieli della capitale economica del Sudafrica ancora campeggiano le gigantografie pubblicitarie di Drogba, Cannavaro e Ribéry, tra gli altri. Il simbolo del tonfo, effige di un fallimento eclatante quanto evidente. E se l'ivoriano del Chelsea ha dalla sua la parziale giustificazione di una frattura al braccio oltre che l'effettiva competitività della Costa d'Avorio, lo stesso non si può dire per il transalpino Ribéry, protagonista in negativo di una vergogna che in patria ha prodotto anche l'ingerenza politica di un faccia a faccia federale e governativo. Galletti di nome e di fatto,ma litigiosi, spennati e arrostiti. Che dire poi del capitano azzurro? Eroe di Berlino, icona dell'evento con la sua coppa alzata al cielo quattro anni addietro, ex Pallone d'oro, ex simbolo di una Maginot invalicabile, ex migliore difensore al mondo, ex madridista ed ex juventino? Cannavaro, semplicemente ex di un Italia Mondiale che in Sudafrica ci ha fatto ... vergognare.
certi pseudo campioni sono tali solo nei club a dimostrazione che è la squadra a fare grande un giocatore e non il contrario.
vale per rooney, per cristiano ronaldo per drogba ma anche per tanti altri di ieri di oggi e credo di domani
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alle 19:43
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