Un blog nel pallone
Non si sono mai amati. Hanno spesso litigato, a lungo si sono mal sopportati. E ora, ora hanno rotto. Cose di questo mondo. L'Inter e Mario Balotelli, Mourinho e Mario Balotelli, i tifosi e Mario Balotelli. Evidente, chiaro, quasi scontato. Il club di Massimo Moratti che anni fa scroprì il talento di colore classe 1990, centravanti forte e dotato tecnicamente, fisico asciutto, carattere ribelle, quando era appena sedicenne al Lumezzane in Serie C1, e gli fece firmare un contratto da ‘giovane', presto, molto presto, si rese conto di quanto e quale talento ci fosse nelle gambe e nella testa di quel ragazzone nato a Palermo da genitori immigrati ghanesi, abbandonato e, successivamente, affidato dal tribunale dei minori alla famiglia bresciana Balotelli. E così dalla Primavera il 'Mancio' lo convocò in prima squadra e dal palcoscenico più importante la storia di Mario diventò nota, evidente almeno quanto il suo notevole talento. Bizzoso, poco ligio alle regole, irriverente, Super Mario apparve subito smaliziato e financo provocatore. I tifosi avversari lo presero di mira, iniziarono ad insultarlo, e lui a reagire, a provocare.
Ha un caratte poco incline alla sopportazione, è istintivo, impulsivo quasi ingestibile. Ma è forte, ha le stimmate del campione, ed è incredibilmente giovane. Quindi con ampi margini di miglioramento. Occorre educarlo, impartirgli quelle lezioni, quegli insegnamenti che possano farne un calciatore vero, un campione di livello assoluto. Lui però è un puledro di razza, fa di testa sua, ascolta poco e, anche quando lo fa, serve a poco. Domarlo è quasi impossibile, imbrigliarlo rischierebbe di tarparne le ali della crescita continua e per certi versi impressionante. Il più giovane calciatore della serie C1, il più giovane marcatore di Champions nella storia dell'Inter, ha carattere da vendere, fin troppo direbbero alcuni. Testa alta, petto in fuori, si sente forte, e si lancia all'attacco del mondo con quell'innocenza tipicamente adolescenziale. Balza spesso agli onori della cronaca per i suoi atteggiamenti ai limiti della provocazione, soprattutto nei confronti dei tifosi avversari. Gesti, sguardi, comportamenti che non passano inosservati all'occhio della gente e men che meno delle telecamere. Vive una sorta di conflitto con il pubblico. Vorrebbe amore incondizionato, ma quando non viene capito o, peggio, viene fischiato o apostrofato, alza la voce e risponde per le rime.
Mourinho, il sergente di ferro portoghese, dapprima lo difende, cerca di educarlo, di indirizzarlo verso la strada migliore, e lui per un po' sopporta, ma alla fine sbotta e non regge più. Litiga anche con i suoi tifosi, ai quali suggerisce, dopo un gol, dopo un numero da cineteca, di cambiare atteggiamento, chiendendo di capire. Estro e talento sono dalla sua, ma spesso Mario esagera e, alla fine, anche in ‘casa Inter' smettono di difenderlo sempre e comunque. Materazzi prova ad indottrinarlo. Dura poco, serve a poco. Mourinho, che non è propriamente l'ultimo arrivato, reagisce a modo suo, non convocandolo, punendolo, rimproverandolo. L'effetto però è esplosivo. Quando segna non esulta, spesso quando gioca fa di testa sua. Quindi finisce ai margini, gioca poco o nulla, va in tribuna, in panchina, vede poco il campo. E poi, poi c'è anche quella simpatia infantile per il Milan, enfatizzata da un paio di situazioni che costringono all'imbarazzo l'Inter. I tifosi mugugnano, ma è pur sempre vero che il ragazzo è giovane e soprattutto forte.
E nemmeno quando nella storia compare un nuovo protagonista, quel Mino Raiola noto a tutti come l'agente più scaltro degli ultimi anni, quello di Ibrahimovic per intenderci, la stuazione migliora. Mario gli affida la procura e lui da subito inizia a gestirne quotidianità, immagine e comunicazione. Mario gioca poco, non è sereno, il clima attorno a lui si fa pesante. Prima va a vedere la partita del Milan, poi della stessa squadra di Milano indossa la maglietta di fronte alle telecamere. "Solo una leggerezza", commentano dal suo entourage. D'accordo, però l'assegno milionario che il patron del petrolio gli corrisponde ogni mese è sostanzioso e situazioni del genere sarebbero quantomeno da evitare. Ritarda all'allenamento, si impegna poco nelle sedute settimanali, appare svogliato e Mou non lo fa giocare. Che rabbia. Non parla più ma Mario c'è l'ha col mondo. Si arriva quindi alla celebre goccia che fa traboccare il vaso. Semifinale di Champions League: Inter-Barcellona. Balotelli subentra a Milito alla mezzora della ripresa. L'Inter sta vincendo 3-1 una partita importantissima, ma Mario è deluso per non aver giocato da titolare. Si vede, corre poco, non aiuta i compagini e quando riceve palla la calcia in malo modo. Piovono fischi dagli spalti, Mourinho grida indiavolato. La partita finisce e Mario manda tutti a quel paese, si leva la maglia e la getta con disprezzo a terra. E' la fine. La fine di un amore che non c'è mai stato. Evidente, chiaro, quasi scontato.
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monica
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