Un blog nel pallone
Dieci sconfitte, dieci. Nove partite alla fine. Una crisi infinita e ormai - diciamolo pure - comunque vada irreversibile. La Juventus non guarirà, semplicemente perché il suo è un male incurabile. Occorre resettare tutto, ripartire da zero, fare piazza pulita. Ammesso ce ne sia realmente la volontà, però, prima si deve concludere onorevolmente il campionato. Non sarà facile. Anzi, sarà terribilmente difficile. La Juve non perdeva dieci partite in campionato dal torneo del 1961/62. In precedenza lo fece anche nel 1941/42. Peggio solo nel 1956/57. Ma a stagione conclusa, quindi il rischio di stabilire il record di sempre è concreto e verosimile. Del resto, che fosse la stagione dei record in negativo lo si era capito da tempo. Il Chievo batte la Juve per la prima volta nella storia, il Catania torna a vincere contro i bianconeri dopo il successo del lontano 1963, il Bayern Monaco infligge la più sonora sconfitta casalinga di Champions, Ranieri centra il primo successo contro la Juve, Totti segna il primo gol alla Juve a Torino, Del Neri batte la Juve per la prima volta nella sua carriera. Insomma chi più ne ha più ne metta. Questa sembra davvero essere la stagione delle rivincite, altrui. Tutti possono prendersi la propria personale soddisfazione di sfatare un tabù che, una volta almeno, faceva parte dei sogni quasi proibiti. L'eccezione che diventa regola. La Juventus, la squadra degli Agnelli, la Vecchia Signora del calcio italiano, quella che quando arriva si fa festa e si sbancano i botteghini perché gli stadi si riempiono, ora non fa più paura a nessuno. O meglio, fa ridere tutti. Che è pure peggio.
Ecco, se non altro un obiettivo programmato è stato centrato in pieno e, addirittura, con un anno d'anticipo rispetto allo sventolato piano quinquennale. Ha vinto l'operazione simpatia. Questa Juve piace, tantissimo, peccato diletti esclusivamente gli avversari. Che la battono, che si tolgono la soddisfazione di riuscire laddove avevano sempre (o quasi) mancato, e che se la ridono di gusto. Un po' come Fantantonio Cassano, ieri a Marassi. Piace meno, invece, ai milioni di sostenitori bianconeri che, sconfortati e disillusi, non ne possono più. Pazienza e sopportazione hanno raggiunto il limite. Tra i tanti propositi stagionali rimane quel quarto posto ancora a portata di mano, peccato che l'attualità costringa a un pessimismo ben più consistente di quei due miseri punti che separano i torinesi dal piazzamento Champions. Un traguardo che comunque, qualora anche venisse centrato, non cambierebbe sostanzialmente lo stato delle cose. I più ormai hanno capito che le responsabilità stanno a monte. Tutti si sono resi conto che è in cabina di regia che qualcosa non funziona come dovrebbe. In quella società che ha evidentemente fallito, non riuscendo nel compito affidatole. Presidente, amministratore delegato e direttore generale sono la stessa persona. D'accordo che in Italia la cumulabilità delle cariche è prassi consolidata, ma in una società per azioni, peraltro quotata in borsa, sarebbero d'uopo almeno alcune considerazioni, andrebbero fatte delle serie e attente valutazioni. Roberto Bettega ci mette la faccia e sibillino dice: "Sarebbe sbagliato non pensare già al futuro, sono qui non per dire ma per fare. In questo momento non posso fare nomi, ma nella mia testa, da due mesi, c'è l'idea di una nuova Juve". Ammesso che sia vero, non ci resta che aspettare e, successivamente, valutare. Il giorno del giudizio prima o poi dovrà pur arrivare.
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