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Un fenomeno mediatico di tale spessore in Italia mancava dai tempi di Moggi. O forse no, forse non c'è mai stato. Josè Mourinho, oggi, è il Personaggio del calcio italiano. Nel bene e nel male. Checché se ne dica, dimostra di meritare tutti i denari che mensilmente gli vengono bonificati sul conto corrente da Massimo Moratti. Del resto lo si sapeva. Mou è fuori dagli schemi, fuor di stereotipo. Conosce il football a menadito, pur non avendo mai giocato al pallone, è maestro di comunicazione pur non essendo giornalista o attore. E' intelligente, acuto, abile e brillante come pochi. Non ha peli sulla lingua e non è un pirla. Dice quel che pensa e, nel farlo, ci pensa. Non è sprovveduto, nè tantomeno sciocco. Va contro tutto e tutti. Se ne frega. Non che abbia sempre ragione o che sia sempre nel giusto. Anzi, talvolta esagera, ma lo fa di proposito. L'ultima plateale contestazione, quel gesto delle manette rivolto al direttore di gara, al giudice massimo di una partita di pallone, gli è costato caro. Tre giornate di squalifica e 40 mila euro di multa. Il giudice sportivo, Gianpaolo Tosel, questa volta è stato tempestivo e non ha fatto sconti. L'Inter paga a caro prezzo il nervosismo esibito nell'anticipo di sabato con la Sampdoria. Gli insulti di Mourinho, il gesto delle manette, il comportamento del pubblico e quanto accaduto fuori e dentro il campo peseranno nel portafoglio dei nerazzurri per 81.500 mila euro. E oltre alla multa, poi, ci sono anche le squalifiche: Mourinho (3 giornate), Muntari e Cambiasso (2), Samuel e Cordoba (1), l'inibizione per Oriali e una sanzione per la simulazione di Eto'o.

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Che sia tutta colpa della Champions League? Che si stiano materializzando i fantasmi del passato? L'imminente avvicinarsi della Coppa, infatti, ha influenzato, e non poco, il rendimento dell'Internazionale di Milano. Tre pareggi nelle ultime tre giornate di campionato, tre punti sui nove a disposizione, un nervosismo dilagante, in campo e fuori, sono indizi piuttosto allarmanti. Del resto se in poco più di due settimane si è riaperto il campionato più chiuso degli ultimi anni un motivo ci sarà pure. L'attesa per l'euro sfida con il Chelsea si sta rivelando snervante e, soprattutto, oltremodo penalizzante. Evidentemente Mourinho sente la partita contro il suo recente passato perché ne va del suo presente e del prossimo futuro. In caso di eliminazione, infatti, la permanenza in nerazzurro sarebbe nuovamente in discussione. Vincere il campionato è un conto, riuscire in Champions, laddove nessuno ha fatto bene (ad eccezione della semifinale raggiunta da Hector Cuper nel 2003), è tutt'altro paio di maniche. "Non devo dimostrare nulla a nessuno - sbotta lo Special -. E sinceramente penso che non avrebbe senso festeggiare il successo in una partita quando non si è ancora vinto niente. Io sono parte della storia del Chelsea e il Chelsea è parte di me. Quando arrivai in Inghilterra la gente si chiedeva chi fossi ma poi ha cambiato atteggiamento quando ho spiegato che ero lì per conquistare dei trofei e ho mantenuto le promesse". Sarà, anche se in effetti a Mou non è riuscito di ripetere con i Blues quanto fatto in precedenza alla guida del Porto. In Europa s'intende.

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Uno contro tutti e tutti contro di lui. José, Special One Mourinho, è fatto così. Piaccia o meno, il tecnico più pagato al mondo è maestro nell'alzare (o abbassare) i toni, nell'inventare provocazioni al veleno, nel dire quel che gli altri tacciono, nel dirottare attenzioni e interessi laddove lui crede sia più giusto, opportuno o forse solo conveniente. E' un personaggio a tutto tondo. Nelle dichiarazioni, nei modi e nei comportamenti. Pensieri, parole e considerazioni che subito hanno sorpreso e incuriosito gran parte del pubblico e degli addetti ai lavori. Tanti estimatori, e qualche irrinunciabile critico. Piaccia oppure no Mou è fatto così. C'è chi lo ama, chi lo stima e lo rispetta, e chi invece lo odia, lo biasima e lo contesta. Sorvolando sulle conclamate qualità di allenatore, sono certe sue dichiarazioni a infastidire e indispettire i più, a tal punto da sminuirne quasi gli effettivi meriti. Si va dal "Tutti parlano di Bayern-Fiorentina, ma di aree di 25 metri ce n'è solo una in Italia", con il pensiero rivolto al generoso calcio di rigore concesso alla Juventus di Del Piero nell'ultima Juve-Genoa,  al "qualche allenatore che non ha vinto nemmeno la Coppa Lombardia o la Coppa Toscana considera l'aver fatto risultato contro di me come il risultato della vita. Io no, io guardo ad altro. De Laurentiis dice che non mi prenderebbe ad allenare? Ovvio, del resto non ha i soldi per pagarmi" in risposta a quello che avrebbe voluto essere un plauso al lavoro di Mazzarri e che, invece, è diventato una sorta di botta e risposta al veleno con il produttore cinematografico presidente del Napoli e con il tecnico toscano dei partenopei, per finire poi nel "la Roma è una società furba. Prima piange perché ha bisogno di giocatori ma poi quando qualcuno le chiede i suoi calciatori dice di no" riferendosi verosimilmente al prestito estivo in giallorosso di Burdisso e al successivo mancato passaggio invernale di Julio Baptista in nerazzurro.  

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All'inizio fu Anna Falchi. La show girl romana nel 2000 si spogliò per celebrare come si conviene il successo in campionato della sua Lazio. Un anno dopo toccò all'attrice Sabrina Ferilli che in occasione del tricolore conquistato dalla sua Roma rimase in costume deliziando orde di tifosi e non solo. Correva l'anno 2001. Nel 2007 fu invece la modella brasiliana Renata Teixeira, a improvvisare uno strip (per scommessa disse poi lei) dopo la vittoria in Champions League del Milan, sulle frequenze di TeleLombardia. Una moda che, evidentemente, non tramonta mai. Spogliarsi nel caso in cui la propria squadra del cuore vinca, o raggiunga comunque un traguardo insperato, inatteso e per questo agognato.

Continua a leggere "Torna la moda dello strip per il pallone?" »

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"Finalmente arrivano i cross e io li metto dentro. Sono veramente felice", firmato Amauri Carvalho de Oliveira. La Juventus ritrova il centravanti brasiliano pagato 25 milioni di euro poco più di un anno fa e stende l'Ajax sotto gli occhi di uno stadio, quello olandese, che le riserva un'accoglienza vergognosa. "Grazie a Dio non sono juventino" si legge sugli spalti. Uno striscione scomparso presto dalla balconata, probabilmente dovuto al gemellaggio bianconero con il Den Haag (la squadra dell'Aia). Non è guarita, la squadra di Alberto Zaccheroni palesa tutt'ora i postumi di quella lunga malattia che l'ha costretta ad uno degli inverni più difficili della sua storia. Ma i segnali della cura Zac iniziano a vedersi. E' soddisfatto il tecnico romagnolo: "Avevo detto alla squadra che per vincere dovevamo soffrire tutti insieme, nel senso di faticare, perché ho un grande rispetto per l'Ajax. Sono convinto che questi ragazzi li vedremo protagonisti negli prossimi anni: giocano ad occhi chiusi, hanno fiammate impressionanti. Sono felice per Amauri, con lui in campo non giochi mai in dieci, ma se poi si mette pure a fare i gol, beh siamo tutti più contenti. Voglio spendere due parole anche per il capitano: si è caricato la squadra sulle spalle e la sua è stata una partita straordinaria". Insomma come aveva giustamente profetizzato alla vigilia: "Vincere aiuta a vincere". Subito il gol dei lancieri con il preciso diagonale di Sulejmani, la Juve ha reagito e, grazie alle incornate del suo ariete ritrovato, ha raddrizzato il match mettendo peraltro una seria ipoteca sul passaggio agli ottavi.

Continua a leggere "Ajax - Juve: la sintesi video della partita" »

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